Come possiamo difenderci

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L’importanza di vaccinarsi

La vaccinazione è una delle conquiste più importanti nella storia della medicina moderna. I vaccini rappresentano uno degli strumenti più efficaci e sicuri a disposizione della Sanità Pubblica per la prevenzione primaria delle malattie infettive. Le vaccinazioni costituiscono una sicurezza per la salute dell’individuo e della collettività. Infatti, vaccinando gran parte della popolazione si ottiene la cosiddetta “immunità di gregge”, che a sua volta protegge dalle malattie infettive anche chi non ha sviluppato immunità dal momento che viene interrotta la catena di trasmissione delle infezioni.

Negli ultimi anni in Italia e in altri Paesi europei si è assistito ad un pericoloso calo delle vaccinazioni, incluse quelle in età pediatrica obbligatorie per legge; fatto che mette a rischio la pratica vaccinale e apre la strada alla diffusione delle infezioni, molte delle quali riemergenti nonostante siano state debellate da decenni.

L’utilizzo dei vaccini riduce la necessità di utilizzare antibiotici e aiuta a combattere l’aumento delle infezioni da batteri resistenti ai farmaci.

In Italia i vaccini contro difterite, poliomielite, pertosse, tetano, morbillo, rosolia, parotite, insieme al vaccino anti-influenzale per i soggetti considerati a rischio, sono inclusi nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e offerti attivamente e gratuitamente in tutto il Paese.

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Le buone regole di igiene

La resistenza dei batteri agli antibiotici, sebbene causata fondamentalmente dall’uso massiccio e incongruo di questi antimicrobici, trova una causa anche nella scarsa igiene. Per tale motivo uno degli interventi auspicato dalle Organizzazioni sanitarie internazionali, dalle Istituzioni e dalle Società scientifiche consiste nel mettere in atto a livello del singolo cittadino, della comunità e delle strutture sanitarie “buone” pratiche igieniche. Cittadinanzattiva ha elaborato raccomandazioni civiche per prevenire le infezioni ospedaliere (Infezioni Correlate all’Assistenza – ICA) e diffondere le buone pratiche di igiene, eccone alcune:

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Usiamo bene gli antibiotici

Dobbiamo sempre ricordare che gli antibiotici sono una grande conquista dell’umanità e sono gli unici farmaci il cui cattivo uso si riflette non solo sul paziente ma soprattutto sugli altri pazienti, su noi stessi e sulle generazioni future. Per questo abbiamo la responsabilità di utilizzarli sempre in modo responsabile evitando l’uso eccessivo o l’abuso di questi farmaci.

Oggi si parla di “antimicrobial stewardship”, per indicare la gestione responsabile degli antibiotici promuovendo l’uso appropriato di questi farmaci, la somministrazione secondo dosaggi e durata corretti e la prescrizione solo quando il medico è certo di essere in presenza di un’infezione batterica.

L’uso molto diffuso che si è fatto della classe dei carbapenemi ha infatti causato l’insorgenza di ceppi batterici sempre più resistenti ai carbapenemi, ed è per questo che nell’ambito dei programmi più avanzati di “antimicrobial stewardship” si parla sempre più di “carbapenem-sparing strategy”. Con questo termine si indica la possibilità in clinica di risparmiare la classe dei carbapenemi ai casi più gravi e di utilizzare al loro posto nuovi antibiotici sempre più efficaci sui batteri Gram-negativi, inclusi quelli che producono ESBL.

L’idea di fondo è che per preservare l’efficacia di questi farmaci, bisogna somministrare l’antibiotico giusto al paziente giusto, nella dose e nel momento giusto.

Le regole da rispettare per un uso corretto e per evitare l’insorgenza di fenomeni di resistenza sono:
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È il medico che dopo un’accurata diagnosi deve scegliere l’antibiotico più indicato per contrastare il batterio responsabile dell’infezione. Il medico può richiedere, se lo ritiene necessario, una serie di esami di laboratorio per identificare con precisione il microrganismo patogeno e prescrivere un antibiotico mirato.


Ogni antibiotico funziona secondo tempi e dosi di efficacia comprovata. Assumere quantità superiori di antibiotico non serve a guarire prima, assumerne di meno peggiora la situazione perché non permette al farmaco di eliminare l’infezione che si può cronicizzare e rende meno sensibili i batteri che non rispondono più all’antibiotico e diventano resistenti.


Evitare di interrompere autonomamente il ciclo di terapia se prima non si è consultato il proprio medico. Inoltre, non assumere un antibiotico basandosi sulle rimanenze di precedenti confezioni conservate nel cassetto.

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Sindromi para-influenzali e influenza, mal di gola, otiti, raffreddori sono causati da virus. Le terapie per questi casi sono sintomatiche (riposo a letto, idratazione, cibi leggeri, paracetamolo e acido acetilsalicilico per abbassare la febbre e ridurre il malessere). Solo il medico può valutare se c’è il rischio che possa intervenire un’infezione batterica a livello dei bronchi e dei polmoni, e in quel caso decidere se è davvero necessario prescrivere un antibiotico.

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La ricerca di nuove terapie

La possibilità di sconfiggere i batteri resistenti dipende anche dalla disponibilità di nuovi antibiotici verso i quali i patogeni non abbiano messo a punto meccanismi di autodifesa. Purtroppo, dopo i successi del Dopoguerra, negli ultimi 30 anni il trend delle richieste di approvazione di nuovi antibiotici è stato in costante diminuzione. Basti ricordare che negli Anni ’80 i nuovi antibiotici sono stati 16; solo dieci negli Anni ’90; cinque tra il 2003 e il 2007 e soltanto due tra il 2008 e il 2012.

Il patrimonio a disposizione dei medici si è progressivamente esaurito, complici l’uso massiccio e improprio di antibiotici e lo sviluppo di batteri resistenti.

Per affrontare il problema dell’antibiotico-resistenza occorre uno sforzo congiunto tra Governi, aziende farmaceutiche, Società scientifiche. Fondamentale la previsione di incentivi all’introduzione di terapie innovative e nuove norme in grado di semplificare e accelerare i trial clinici necessari per l’autorizzazione delle nuove molecole.

Un buon esempio arriva dagli Stati Uniti dove il Governo Obama ha esteso l’utilizzo dei fondi destinati al bioterrorismo allo sviluppo di antibiotici attivi contro i microrganismi con elevata resistenza, allocando per il solo 2016 circa 1,2 miliardi di dollari. Nel contempo è stata avviata l’iniziativa “10 x 20” allo scopo di creare 10 antibiotici avanzati entro il 2020: al momento, 7 farmaci sono in sperimentazione. Anche l’Europa si è mossa: con il programma EU/EFPIA ND4BB ha allocato un budget di 710 milioni di euro.

Adesso però, le aziende farmaceutiche stanno tornando ad investire nella ricerca e sviluppo di nuovi antibiotici. Diversi esperti hanno sottolineato il fatto che i nuovi composti dovrebbero essere in grado di interagire con target multipli, come nel caso di molti antibiotici di derivazione naturale, per rendere meno probabile lo sviluppo di resistenza.

Tra le nuove molecole sviluppate va sottolineato l’arrivo di nuove cefalosporine in associazione ad un inibitore delle beta-lattamasi, con spiccata attività nei confronti di batteri Gram-negativi produttori di ESBL e soprattutto con spiccata attività nei confronti di Pseudomonas Aeruginosa multiresistente.

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